LARIS PULENAS, un dramma etrusco
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PROSSIMA DATA
Martedì 5 luglio ore 21,30 Cortile del Teatro Magnolfi. Ingresso libero.
LARIS PULENAS A MARCIANA MARINA
Lunedì 28 luglio 2014 ore 21,30 piazzetta Bonanno a Marciana Marina.
``Laris Pulenas a Luogomano, Cantagallo
Il 10 agosto prossimo, alle ore 19, presenteremo il Laris Pulenas a Luogomano, Comune di Cantagallo, nell'Anfiteatro della Val di Bisenzio costruito ...
In merito alla recita del Laris Pulenas a La Baracca il 25 e 26 ottobre 2008.
Per chi verrà (o tornerà a vedere) il dramma Laris Pulenas, questa volta a La Baracca, voglio ricordarne brevemente la storia della messa in scena, il cui debutto ha avuto luogo l’8 luglio passato a Poggio Castiglioni. Mi preme dire che questo non sarebbe stato possibile senza l’appoggio di associazioni e comitati che da anni si battono, finora inascoltati, per la Città Etrusca di Gonfienti.

Per noi artisti è stato non solo sforzo fisico, mnemonico, nervoso, insomma fatica grande (due attori a interpretare otto personaggi, due ore di spettacolo, e tuttavia si tratta pur sempre del nostro lavoro), ma anche impegno economico gravoso: giornate intere della primavera e dell’estate scorsa a provare senza percepire compenso alcuno (non è vero che per molti il nostro nemmeno è un lavoro?), a sostenerci, a cercare di convincerci che quello che facevamo era bello e buono.

E poi, da quando è stato noto che il dramma aveva un risvolto ‘impegnato’ – la città antica – gli ingaggi sono sfumati – tutti – e a nulla è valsa la critica favorevole dopo la prima irripetibile sul Poggio.

Eppure andiamo fieri, D’Accolti ed io, della ‘perdita’; e non smetteremo mai di porre la nostra arte a servizio di cause come queste, proprio oggi che l’arte risulta essere ininfluente sull’esistente; ora che l’esistente è indifferente all’arte se non come decoro, vetrina, trucco o inganno; svago o investimento.



Maila Ermini
 
Considerazioni di Gianfelice D'Accolti in occasione della conferenza stampa il 30 giugno 2008
Scrivo qui di seguito solo qualche considerazione tecnica inerente alla messinscena, importantissime e fondanti il senso di questa operazione, mentre prescinderò dalle osservazioni di carattere storico, politico e organizzativo, che saranno state ampiamente dettagliate da Maila Ermini e dal prof. Centauro.

Dal punto di vista squisitamente teatrale, la messinscena di Laris Pulenas per la regia di Maila Ermini ha alcune indubbie peculiarità:

• Risolve un’opera di 8 personaggi con un solo attore e una sola attrice; scelta dettata dalle condizioni economiche limitate ma che si è rivelata generatrice di situazioni sceniche creative e impensate.
• L’attrice interpreta alcuni ruoli maschili; non si tratta di parti secondarie ma di agenti essenziali allo svolgimento della trama.
• Alcuni personaggi sono interpretati da entrambi gli attori, proponendo allo spettatore una differenza stilistica e una varietá interpretativa dello stesso ruolo all’interno dello stesso spettacolo.
• I cambi di personaggio sono tutti a vista.
• Lo schema geometrico a ‘matrice’ della scena riporta a una situazione di tracciatura di scavo archeologico, come pure riconduce alla topologia del ‘fegato di Piacenza’.
• La storicizzazione della messinscena è risolta grazie ai costumi di Monaco che, pur rispettando la correttezza filologica dell’epoca romana, consentono all’attore una praticità d’uso funzionale alla rapidità necessaria nel cambio a vista.
• Non ci sono apporti o sostegni musicali: tutto è affidato alla voce e al corpo degli attori; solo qualche sparuta nota di primitivo xilofono segnerà l’inizio degli atti.
• Il primo atto è separato dal secondo e terzo (recitati insieme) da un breve intervallo tecnico necessario al ristoro di attori e uditori.
• La luce naturale del tramonto illuminerá la scena senza ricorrere a impianti elettrici e disegni ottici artificiali.
• Non è escluso il ricorso ai radio-microfoni a seconda delle situazioni climatiche legate alla presenza o no di vento.
• Il pubblico è invitato a portarsi una sedia da casa, rinverdendo la consuetudine antica dei racconti e delle narrazioni popolari, in cui qualsiasi luogo diventava buono per fare teatro e la partecipazione popolare era la più ampia.

Aggiungerò che le difficoltà di messinscena, che apparirà forse semplice e scheletrica agli occhi del pubblico, sono state numerose e impegnative: la mole di memoria da sostenere, la complessità psicologica e le diversità dei personaggi, il naturale ostacolo che di per sé un’opera alla sua prima rappresentazione pubblica propone, la novità intrinseca del tema esplorato – opera politica sì, ma in un contesto, quello etrusco, mai affrontato prima d’oggi -; esse aumentano e rafforzano però l’orgoglio di averle affrontate e, si spera, domate. Nonostante le avverse condizioni al contorno, nonostante il dubbio sino alla fine su dove poterlo inscenare - tra proprietari, suini, pastori e assessori -, nonostante gli “armiamoci e partite” e nonostante i patrocini, siamo giunti al “chi è di scena”.

Gianfelice D’Accolti
 
In occasione della conferenza stampa del 30 giugno 2008 per il debutto di Laris Pulenas

Coloro che arriveranno fino a Poggio Castiglioni per assistere allo spettacolo, ne vedranno uno insolito nella messinscena. Un testo dallo stampo classico (le unità di tempo e luogo aristoteliche sono rispettate, per esempio), che vede una esecuzione anomala, costretta dall'assenza di finanziamenti e dalla volontà di uscire da solite cifre espressive.
Io stesso interpreto parti maschili, per certi versi tornando a una tradizione antica del teatro, dove le parti maschili e femminili venivano interpretate indistintamente.
La sfida è tra le più difficili, sia da un punto di vista attorale e registico per i motivi che abbiamo detto, ma anche perché l'intento non era certo quello di farne una rappresentazione celebrativa, bensì di rottura, di confronto quanto meno riguardo al fare teatro oggi in Europa, costretti come siamo - noi artisti - a una progressiva banalizzazione e semplificazione del significato, quello che conta è ormai solo il numero dell'affluenza di pubblico e il danaro.
L'obbiettivo è stato dunque cercare di evitare la semplificazione, l'aspetto celebrativo da festival simil mediceo o rinascimentale, qualcosa fra il pittoresco e il marketing turistico.
Le scelte impopolari comunque si pagano sempre o pagano sempre, dipende dalla prospettiva.
Io voglio che parli, oltre all'arte dell'attore, che in questo campo seminudo che è la nostra scena può carnalmente esprimersi, l'ideologia.
Il testo vuole stabilire un parallelo fra i tempi che fanno da cornice a Laris Pulenas, di decadenza etrusca, e i nostri; vuol parlare di corruzione e di degrado, e del mondo fisico e di quello metafisico-religioso; vuol parlare a favore del passato, mettere in evidenza i luoghi disvelati o che attendono impazienti il disvelamento, che non saranno tenuti nascosti da nessun progetto o sua realizzazione, per quanto lucroso e vantaggioso possa essere; magari ora lo saranno, ma non per sempre: la Storia insegna che chi opera cancellazioni sulle radici, si sbaglia immancabilmente (non lo vollero fare anche i Romani nei confronti degli Etruschi?). Caso mai il disvelamento sarà ritardato, avverrà quando le condizioni politiche ed economiche saranno mutate.
Che cosa vuole significare la rappresentazione di Laris Pulenas?
E' innanzitutto un appello alla Storia, affinché ciascuno di noi se la tenga ben stretta; ella sancisce, dà la misura, la chiave dell'interpretazione del mondo presente e futuro, ed è questo che in qualche modo ci tiene uniti, ci rappresenta. Chi sottovaluta il passato porta la responsabilità di un discorso interrotto, interrompe il logos, che appunto va interpretato e per farlo bisogna unirlo, coniugarlo.
E' un appello alla verità, a una vita in cui l'onestà possa essere in qualche modo intrapresa; la fede nella ragione, ma anche la ricerca di una fede religiosa più autentica, senza gli inganni, le lusinghe del potere.
Dunque la rappresentazione mette in secondo piano l'aspetto estetico; e questo, prego mi si intenda, non vuol dire non averlo curato, tutto il contrario; solo che è stato diretto, sottoposto all'ideologia.
La cifra estetica che definisce il dramma non è quella classica e nemmeno quella che infrange la classicità; si tratta di un percorso che coniuga - come altri ha felicemente detto - passione e ideologia.


Maila Ermini


Prato, 26/27 giugno, nel Pereto della Baracca




LA RISOLUZIONE DI ARTWATCH-ITALIA


RISOLUZIONE DELL’ASSEMBLEA DEI SOCI DEL 28 GIUGNO 2008


In adesione con l’iniziativa culturale in programma per l’8 luglio p.v. dal titolo:
Serata teatrale a Poggio Castiglioni “Laris Pulenas”. Un dramma etrusco scritto ed interpretato da Maila Ermini e con Gianfelice d’accolti (“Teatro La Baracca”- Prato).

L’Associazione “Art Watch Italia”, in occasione dell'annuale assemblea dei soci, all'unanimità

RENDE NOTO


Per il sito archeologico di Gonfienti e per la difesa dei diritti della storia e della cultura

Il proprio sdegno a proposito dell'avvenuto interramento di estese porzioni di scavo archeologico riguardanti quantità di reperti strutturati, con strade e case di età proto-etrusca e etrusco-arcaica facenti parte dell'area meglio conosciuta sotto il nome di “Città degli Etruschi sul Bisenzio” o di Gonfienti, già dichiarata eccellenza dell'archeologia italiana, per fare posto a binari, magazzini e piazzali della piattaforma logistica in ampliamento dell'Interporto della Toscana S.p.A.

MANIFESTA


Il proprio dissenso in difesa dei diritti negati della storia e della cultura, qui calpestati e obliterati sotto una coltre di terra e sabbia nel nome di una pretesa intenzione di “archeologia preventiva”, in totale dispregio di qualsiasi forma di tutela attiva.

FA APPELLO


affinchè una tale forma di ipocrisia istituzionale non trovi più spazio nelle politiche culturali della nostra regione.

RITIENE


altresì che si debba portare alla giusta e piena conoscenza della cittadinanza quanto è stato compiuto, sottraendo alla fruibilità pubblica una tale cospicua risorsa culturale.

VALUTA


che lo sfregio ambientale e paesaggistico sottinteso con l'anacronistico provvedimento che è stato adottato premi solamente il miope ed impietoso gesto di cancellare le matrici stesse delle nostre origini e con esse probabilmente le ragioni del nostro futuro.

RITIENE


Infine, per le ragioni sopra osservate, meritevole ed altamente significativo, per l'alto valore simbolico che può rivestire in relazione all’attenzione verso il patrimonio archeologico, lo svolgimento della rappresentazione del dramma etrusco “Laris Pulenas”di Maila Ermini nella spianata di Poggio Castiglioni, naturale acropoli della mutilata città etrusca della Piana.



In conclusione, l'azione di Art Watch Italia intende muoversi solidale con quella delle altre associazioni e dei comitati che hanno già aderito all’iniziativa culturale sopra menzionata, e pronunciandosi affinchè al danno procurato non si sommi la beffa di una ulteriore manipolazione della storia negando diritto di cittadinanza in situ a tale antico insediamento

DENUNCIA


quanto sta accadendo alla più importante e recente scoperta archeologica dell'Etruria Settentrionale, sollecitando allo stesso tempo la massima attenzione dei media nazionali sulla speciale “Notte dell'archeologia” che si sta allestendo in difesa di questi valori con il debutto di “Laris Pulenas”.


Letto e sottoscritto dall'Assemblea dei Soci Art Watch Italia

Firenze, Palazzo Borghese, 28 Giugno 2008.

*ArtWatch Italia è stata fondata nel 1991, come del resto l’associazione madre denominata “ArtWatch International” ( cfr. www.artwatchinternational.org) dal compianto prof. James H. Beck in difesa dei Diritti delle Opere d’Arte.


Comunicato del Teatro La Baracca
Sui giornali locali del 1 luglio 2008 (cfr. in questo sito la sezione 'sala stampa') è stato data informazione sulla conferenza stampa di ieri relativa alla rappresentazione di Laris Pulenas a Poggio Castiglioni il prossimo 8 luglio, alle ore 19.

Tuttavia, in questi articoli, devo annotare alcune mancanze (oltre ad alcuni errori, non si sa se voluti o no):

1. la prima, e più macroscopica, è l’assenza di ogni riferimento alla risoluzione dell’associazione "Art Watch Italia" a favore della città etrusca di Gonfienti e l’assunzione del dramma Laris Pulenas a simbolo contro lo sfregio al patrimonio archeologico. La risoluzione è stata letta interamente dal Prof. Centauro durante detta conferenza stampa;
2. il Teatro La Baracca, nonostante i panegirici nei confronti della sottoscritta, nonostante il dramma sia stato inserito nelle “Notti dell’Archeologia 2008” e all’interno delle manifestazioni previste per la “Pratestate”, non ha ricevuto nessun sostegno economico da nessun ente pubblico, se non il Patrocinio del Comune e della Provincia di Prato; sostanzialmente questo ha reso possibile: a) la stampa delle locandine, realizzate dalla Circoscrizione Est che ha ospitato la conferenza stampa di ieri e b), credo, il pagamento della SIAE per lo spettacolo. Nient’altro.
3. Il dramma è stato allestito perché a) le prove non sono state pagate agli attori, ovvero alla sottoscritta e a Gianfelice D’Accolti, che ha lavorato insieme a me gratuitamente a favore di quest’azione civile; b) l’allestimento è stato alleggerito nei costi per l’assenza di scenografia; i costumi sono stati pagati interamente dal Teatro La Baracca.
4. Lo spettacolo non sarebbe stato possibile senza il coordinamento e l’impegno attivo del Prof. Centauro e delle associazioni che collaborano per la realizzazione dello spettacolo sul Poggio e che sono spinte dai nostri stessi intenti di valorizzazione del nostro patrimonio culturale.
5. Vi invito a consultare il sito, www.larispulenas.it dove troverete tutti i documenti che in qualche modo sono stati censurati.
6. Se verrete, portatevi l'acqua, una seggiolina o un cuscino. Un impegno per tutti dovrà essere quello di lasciare il posto pulito, di dare un segno di civiltà.
7. Sosteneteci, non lasciateci soli. Chi salirà lassù, è pregato di assistere allo spettacolo rispettando il luogo e gli attori, che si trovano ad agire in una situazione di estrema difficoltà logistica e psicologica. Per cui vi preghiamo di praticare il silenzio, di spengere i cellulari, insomma di esserci con una forte presenza silenziosa, affinché le parole non vengano distorte, affinché il vero significato, come la nostra città antica, non venga misconosciuto, sotterrato.

Maila Ermini



 
Contro le strumentalizzazioni
Sappiamo che alcune associazioni di Prato hanno sottoscritto un documento a favore della città etrusca di Gonfienti.
Alcune di esse, durante tutto l’anno, hanno mostrato disinteresse nei confronti della nostra opera che ha portato alla rappresentazione, l’8 luglio scorso, di Laris Pulenas a Poggio Castiglioni, lavoro che è stato del tutto votato a quella causa.
Addirittura all’ultimo momento qualcuno ha tolto il proprio appoggio. Questo, umanamente, ci ha disorientato.
Né certe associazioni hanno riparato la mancanza assistendo alla rappresentazione di Laris Pulenas a La Baracca, or sono pochi giorni fa. Anche in quel caso la rappresentazione era dedicata a Gonfienti. Che ora si muova battaglia per la stessa causa in vista delle elezioni ha sapore da novella gogoliana. Per quanto ci riguarda, l'affare Gonfienti continerà a essere un nostro problema e cercheremo di dare il contributo da artisti, e con lo spettacolo del Laris Pulenas e con il documentario Gonfienti muore. Mentre noi abbiamo lavorato per mesi subendo le defezioni, ora si assiste a un tentativo di elegante sciacallaggio, per raccogliere i frutti di un lavoro altrui, al fine di monetizzarlo per proprio tornaconto preelettorale.

Prato, 4 novembre 2008
 
PER UNA CARTA DEI DIRITTI
PER UNA CARTA DEI DIRITTI DEI BENI
STORICO-AMBIENTALI E DEL PAESAGGIO del Prof. Giuseppe Centauro

“Tutto sembra impossibile, finchè non si realizza” (Nelson Mandela)

CODICE ETICO IN DIFESA DEI PRINCIPI COSTITUZIONALI
PER LA TUTELA DELLE RISORSE AMBIENTALI E CULTURALI, ARCHEOLOGICHE E DEL PAESAGGIO ANTROPICO DEL TERRITORIO PRATESE

La nostra è una terra di qualità, con diffuso patrimonio storico ambientale e paesaggistico da salvaguardare. Le recenti politiche nazionali e locali per la tutela e la valorizzazione di tali risorse, in primis per i beni archeologici ed architettonici, demoantropologici e storico artistici, hanno fondamentalmente disatteso i diritti sanciti dalla Carta Costituzionale della Repubblica Italiana, tradendo in molte occasioni i principi fondamentali in essa contenuti.
Ciò premesso

- ritenendo che i beni storico-ambientali e del paesaggio del nostro territorio, segnatamente quelli archeologici, siano ormai da considerarsi “a rischio” per la loro stessa integrità e conservazione, quindi “negati” alla pubblica fruizione e loro valorizzazione;
- ribadendo, altresì, che tutto ciò è reso manifesto dalla disaffezione dimostrata dal soggetto pubblico, dalla cronica mancanza di investimenti nel settore, dalla derubricazione della voce “beni culturali ed ambientali” dall’agenda programmatica sia dei governi locali sia del governo centrale;
- rivendicando per queste ragioni il diritto costituzionale alla salvaguardia del “valore primario ed assoluto” del paesaggio nel sovrano giudizio assegnato per legge alle comunità insediate che ne hanno completa ed esclusiva giurisdizione nell’ambito dei territori di appartenenza;
- precisando, ancora, che il dettato costituzionale è riconoscibile anche nello “Statuto del territorio”, già indicato nelle regole primarie della pianificazione urbanistica della Regione Toscana;
- uniformandosi, infine, ai principi della “Carta del Paesaggio Europeo”, che stabiliscono come elemento di diritto internazionale il ruolo decisionale e partecipativo alle politiche pubbliche da parte dei cittadini e delle comunità insediate, attraverso il raggiungimento dell’obiettivo di qualità paesaggistica che, in particolare, designa la formulazione da parte delle autorità pubbliche competenti, per un determinato paesaggio, delle aspirazioni delle popolazioni. segnatamente per quanto riguarda le caratteristiche paesaggistiche del loro ambiente di vita.

La “Carta dei Diritti” dei beni storico-ambientali e del paesaggio si fonda sul principio che tutte le testimonianze della cultura materiale, al pari delle opere d’arte, hanno quale diritto inalienabile quello di essere mantenute in un dignitoso stato di conservazione per essere fruite dai cittadini nel contesto territoriale di appartenenza.

La “Carta dei Diritti”, partendo dal preliminare e condiviso riconoscimento di come:

a) La profonda crisi economica e sociale del distretto pratese, che oggi si viene a sommare con la crisi finanziaria internazionale, abbia reso ancor più palese la profonda discrasia esistente nelle politiche attuate per il territorio tra le scelte operate negli ultimi anni attraverso un massiccio consumo territoriale e il rispetto dei valori costituzionali per i diritti dell’ambiente e del paesaggio;
b) L’applicazione dei principi costituzionali sopra detti sia stata ulteriormente negata, abbandonando al loro ineluttabile destino le risorse culturali, vieppiù trascurate dalle politiche locali;
c) La sbandierata conduzione urbanistica del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, verso la quale erano state riposte forti speranze, sia stata usata per realizzare surrettiziamente scopi ben diversi da quelli auspicati, intendendosi piuttosto questo “sviluppo sostenibile” come “sfruttamento delle risorse fino alla soglia dell’insostenibilità”, così come è stato accertato alla verifica dei fatti;
d) L’attesa partecipazione della popolazione alle politiche di tale “sviluppo sostenibile” sia stata ridotta a mero strumento di registrazione dei consensi elettorali precedentemente acquisiti, quindi relegata nella specificità dei ruoli democratici partecipativi al riduttivo scopo di analisi post quem, o peggio ancora, di esclusiva giustificazione a posteriori di scelte operate in modo del tutto verticistico dai governi locali;
e) La generale disinformazione che caratterizza la conoscenza dei fenomeni territoriali e le questioni che interessano le aree urbane, abbia creato una situazione di forte tensione sul piano sociale con ricadute ancor più negative sul piano territoriale;
f) Non si sia tenuto minimamente conto, per quanto riguarda il rispetto dei diritti costituzionali per l’ambiente e il paesaggio, degli appelli dei cittadini, delle associazioni e dei comitati spontaneamente costituitisi, come delle molteplici e circostanziate denunzie provenienti da molte parti della società civile, sovvertendo anche in questo fondamentali regole democratiche;
g) così facendo, non si sia affatto garantita la tutela delle risorse ambientali e culturali del territorio.

Afferma che

1) Si passi dall’ipocrita politica dello “sviluppo sostenibile” che ha prodotto equivoci e storture di ogni genere, che è risultata estranea alle necessità delle popolazioni, al riconoscimento dei valori culturali propri dell’ambiente e del paesaggio antropico.
2) Si ristabilisca certezza di diritto previa indicazione preliminare delle incompatibilità ambientali esistenti nelle trasformazioni territoriali e con esse, si precisi effettivamente i limiti dello sviluppo, indicando gli elementi caratterizzanti la qualità della vita ricercata dalla popolazioni insediate e le salvaguardie da attuare allo scopo di porre fine all’indiscriminato consumo del territorio.
3) Nessuna politica territoriale possa costruirsi in futuro al di fuori di una condivisione preliminare, chiara ed assoluta dei valori etici sopra richiamati, quindi nel rispetto dell’ambiente e per la tutela dei beni culturali.
4) Infine, che prioritariamente si sani la situazione “aberrante” che si è generata nel sito archeologico di Gonfienti , muovendosi in difesa dei diritti sovrani della cultura, della storia e del paesaggio antropico, condividendo ed applicando subito per questa emergenza una prima, articolata espressione del codice etico per la tutela delle risorse ambientali e culturali, archeologiche e del paesaggio antropico del territorio pratese, fissando un primo decalogo della carta dei diritti per le risorse archeologiche del paesaggio antropico pratese (cfr. appendice).

APPENDICE

DECALOGO DELLA CARTA DEI DIRITTI
PER LE RISORSE ARCHEOLOGICHE DEL PAESAGGIO ANTROPICO

1) che riconosca le risorse archeologiche come beni primari dell’ambiente, qui da intendersi anche come matrici del paesaggio antropico.
2) che evidenzi in primo luogo i diritti costituzionali, inalienabili ed insopprimibili, dei beni archeologici presenti e strutturati nel territorio (es. resti di case, di strade, di canalizzazioni, di pozzi, di necropoli, ecc.) nei confronti di qualsiasi trasformazione urbanistica e/o infrastrutturale si pensi di poter realizzare nei siti archeologici interessati dalla presenza di tali reperti.
3) che denunci e sconfessi la prassi, in vero assai discutibile, che è stata applicata per l’ampliamento dello scalo merci dell’interporto, consistente nell’autorizzazione preliminare a costruire a fronte del conseguimento di un’azione di “bonifica archeologica dei terreni”, qui intesa come metodica di recupero di reperti, illogicamente da perseguire distruggendo i resti strutturati dai quali sono tratti (così come sopra descritto); ciò tanto più a valere ed, a maggior ragione, in un luogo come quello della “città etrusca sul Bisenzio”, interessato da porzioni conclamate e straordinariamente rilevanti da un punto di vista scientifico e storico-archeologico di parti “urbane”, sia d’epoca arcaica etrusca sia, di resti d’epoca proto-etrusca e dell’età del Bronzo, ecc.
4) che garantisca l’esclusività della valenza conservativa nella prassi della cosiddetta “archeologia preventiva”, per non incorrere in operazioni equivoche, o di palese incongruenza, come quelle verificatesi per l’interramento della strada etrusca scoperta in prossimità del casello interportuale che, dopo essere stata inglobata in strati protettivi di TNT e sabbia, è stata coperta da piazzali in cemento, con binari e magazzini, con la sola raccomandazione di segnare, a futura memoria, con vernice gialla il tracciato della strada sottostante, evidentemente allo scopo di acconsentire, in via surrettizia, al rilascio di nulla osta, altrimenti non rilasciabile, al fine di rendere autorizzabile la costruzione sopra, o in prossimità, di reperti di tale natura.
5) che i reperti appartenenti ad una determinata area di scavo siano, se contestualizzati a parti strutturali, conservati massimamente in situ (ad es. per quanto concerne i reperti della città etrusca di Gonfienti nell’antiquarium erigendo presso la Villa Niccolini, o rimanere custoditi nel Museo Civico di Prato).
6) che si rispetti in ogni caso la contestualizzazione dei reperti archeologici rispetto all’area di scavo.
7) che si garantisca una continuità di studi e di scavi, anche informando il pubblico con pannelli didascalici.
8) che si dichiari con la massima chiarezza, pur nella riservatezza che si richiede, lo stato delle ricerche.
9) che si costituisca una autorità super partes in grado di controllare l’iter procedurale seguito ed il rispetto delle disposizioni facenti parte della carta etica.
10) che si promuova azioni concrete per la conoscenza diffusa e la valorizzazione delle risorse archeologiche del territorio pratese in attesa della costituzione del parco archeologico (omissis).


Dato al Teatro “La Baracca” (Prato), 20 Novembre 2008.
 

UN CAPOLAVORO PRATESE DEL QUINTO SECOLO A. C.

di Giuseppe Alberto Centauro

Nel sito archeologico di Gonfienti[1], il grande complesso abitativo di oltre 1440 mq. corrispondente al Lotto 14[2], conosciuto come “la domus” del periodo etrusco arcaico del VI-V sec. a.C., edificato rispettando la geometria modulare del piede attico (cm. 29,6), rappresenta da solo l’eccezionalità dell’insediamento, in virtù delle dimensioni da primato di quella dimora e della sua peculiare iconografia, con grande cortile centrale munito di pozzo circolare, largamente anticipatore del modello della “casa ad atrio” dell’epoca romana[3].
Ma ancora più rilevante è il corredo dei reperti restituiti da questo edificio, paragonabile ad una reggia[4], sia per la ricchezza degli elementi decorativi propri dell’apparato architettonico, con tegole piane dipinte (embrici) e coppi di varie sezioni con figure acroteriali (ad es. singolari i coppi di colmo, a zampa di cinghiale) e splendide antefisse, a testa femminile sia per l’utensileria ed i corredi ceramici. Infatti, all’interno dell’area di scavo dell’edificio principale, tralasciando i materiali ceramici d’impasto e i buccheri rinvenuti in abbondanza e varietà di forme[5], spicca tra le altre una coppa (kylix) a figure rosse, di straordinaria fattura artistica e di eccezionale rilievo iconografico per la rappresentazione di una saga della mitologia greca, rivisitata dal suo artefice con sapienza. Essa ci offre molteplici significati, ancora inesplorati: emblematicamente fermiamo la nostra attenzione su questo solo oggetto, a valenza stessa della grandezza del sito archeologico pratese e della grande portata della scoperta sottintesa.Questa straordinaria opera d’arte, un capolavoro assoluto, per quanto frammentario, causato dal crollo della casa, ricomposto da quattro principali lacerti, è una testimonianza sublime dell’alto pensiero filosofico elaborato dal suo artefice nella sapiente manipolazione pittorica, promossa dalla committenza etrusca[6]. Noi riteniamo che il valore testimoniale, oltre che artistico, di questa ceramica sia elevatissimo e che evochi nella dedicazione originaria la presenza di un grande Re, probabilmente da poco scomparso; alludendo idealmente persino alla morte di un mitico Re etrusco, quale fu Porsenna che dovrebbe essere compresa tra il 480 e 475, le suggestioni aumentano ancora. Ma osserviamo da vicino questo manufatto.
La kylix reca nel tondo centrale (diametro di ca. 31,7 cm.) l’inconfondibile marchio (cornice con motivo a croce greca) della bottega del celebrato e stravagante pittore Douris, attivo nell’area chiusina insieme ad altri celebrati artisti attici tra i quali spicca anche il nome di Euphronios.
Il pittore potrebbe aver realizzato l’opera su questo modello ceramico tra il 475 ed il 470[7], valutando quello che conosciamo della sua produzione però non affatto contestualizzata come questa, bensì principalmente trovata in corredi funerari e quindi di più incerta origine e possibile datazione. Resta nella lettura della raffigurazione di questa coppa, vista la stretta relazione ipotizzabile con chi può averla commissionata, che di certo abitava in quella fastosa dimora, più di una incognita suggerite in primo luogo da quella regale e paludata figura maschile barbata, posta al centro del tondo, qui appoggiata sotto l’ascella del braccio destro ad un lungo bastone, nella postura, ricorrente nell’arte greca, del filosofo di fronte all’allievo.
L’ammantato personaggio, delimitato a tergo da un pilastrino, o colonna spezzata, quale riconoscibile segnacolo, solitamente attribuito alle onoranze di un defunto, vive nella cerimonia dell’incoronazione affidata ad un’agile ed eterea figura alata, rappresentata nelle movenze di un fanciullo spiccato in volo (erote), che a sua volta sta per essere consacrato dal togato Re filosofo che si porge a questi con estrema delicatezza, appena piegandosi in avanti col busto senza spostarsi minimamente dallo stallo, con il palmo della mano rivolto verso l’alto nel gesto imminente di versare acqua purificatrice sulla fronte del messaggero con le ali che, in quello stesso istante, lo sta onorando e incoronando. Un incrocio di gesti e ritualità restituito dal pittore con un’abilità sopraffina, sensibilità non comune ed accuratezza di tratto davvero rimarchevoli. L’esclusiva allusione alla saga di Esiodo, ispirata alle gesta di Teseo, che è stata fatta dal suo primo recensore[8] però non convince del tutto, anche se questa può essere stata senza dubbio fonte d’ispirazione per l’artista, perché il significato di quell’azione, la rarefatta atmosfera post-mortem che si percepisce sopra ogni altra cosa, e la scansione stessa della storia fissata su elementi simbolici allusivi sembrano affermare in realtà l’esistenza, oltre il richiamo ad un’eventuale iconografia mitologica (rintracciabile in parte nell’episodio della Discesa di Piritoo all’Ade), di un’altra verità, che se l’opera fosse stata di periodo più tardo non avremmo esitato ad ascrivere all’ideologia neoplatonica. Questa verità sottintesa potrebbe rivelare le intenzioni del committente, affidate al migliore artista in quel tempo presente sulla “piazza” che avrebbe potuto avere una propria bottega anche nel territorio della città etrusca sul Bisenzio, o comunque nell’area dell’odierna Chiusi, dove nelle necropoli dell’introno si concentra molta dell’esigua produzione artistica a questi attribuita, ad oggi conosciuta (in tutto una quarantina tra coppe e vasi dipinti) . Chi poteva essere colui che onorava fino a celebrare il tal modo un proprio avo, fino ad elevarlo ad eroe, un personaggio regalmente ammantato? forse un figlio, o piuttosto un erede, mosso da gratitudine nei confronti di un benefattore della comunità, o piuttosto di un parente di nobili origini, ma certamente deceduto, che viene, attraverso l’icona rappresentata dall’erote, onorato e riconosciuto nella propria dimora, quasi fosse un Re. D’altronde questa lettura pare essere confermata dalle storie narrate nel rigiro pittorico del sottocoppa, ovvero nel racconto stesso delle gesta di un giovane ed ardimentoso guerriero, che da semplice pastore riconoscibile in quelle sembianze perché, dismessa la ruvida clamide portata sul braccio, rimane nudo con in testa il solo petasos (cappellaccio dei bovari), nell’attesa evidente di un cambiamento che presto verrà, giacché quello stesso prendendo le mosse dal primo si trasforma in un principe, riconoscibile dalla stola di leopardo che ha preso il posto della clamide, già nell’atto di guerreggiare. La composizione pittorica che nella rappresentazione dell’iconografia mitologica indicherebbe due personaggi (Teseo e Piritoo), potrebbe qui testimoniare nella magistrale traduzione artistica fatta dal suo artefice la storia di un solo individuo, prima pastore e successivamente asceso agli onori di giovane condottiero. Ce lo dice quell’incrocio emblematico di piedi tra il primo e il secondo personaggio che l’artista realizza quasi che dal passo del pastore con la verga scaturisca per trasmutazioni il movimento del guerriero con la lancia. A rendere ancor più intrigante la lettura di questa simbologia introdotta con preciso scopo dal pittore, c’è da dire che, a forma di petasos erano pure i terminali bronzei delle quattro guglie angolari del mausoleo del leggendario Lars Porsenna (Re Pastore), così come ci ha lasciato descritto Plinio il Vecchio nel libro dedicato ai labirinti (Naturalis Historiae, lib. XXXVI)[9]. Il suono di questi bronzei copricapi risuonava, così vuole la leggenda, nella valle dove al centro si ergeva fra le acque di due fiumi il grande mausoleo che il lucumone di Chiusi si fece costruire sopra un labirinto con il suo sepolcro, custode di ricchezze e di segreti che raccontavano le gesta eroiche del mitico dux etruriae. Si veda, al riguardo, la figura del guerriero che precede l’altra, ma che - se diamo alla scena quella diversa lettura sopra indicata – in realtà lo segue nell’ordine cronologico-temporale. Anche il giovane armato è raffigurato nelle nudità di un atleta, con il solo elmo cuspidato ben calzato in testa, recando con sé, come elemento chiarificatore degli attributi da riconoscere e quindi distintivo della propria posizione sociale, rovesciata sul braccio sinistro proteso in avanti, una pelle di felino (leopardo o leone maculato), simbolo riconoscibile di regalità, mentre con il braccio destro, completamente piegato, in un atteggiamento assai vigile, pronto “a pugnare”, tiene in mano, al posto della verga, una lancia. Tuttavia la guerra che pare combattere questo personaggio è alquanto singolare ed insolita perché la marcia del guerriero è guidata da un carro del tutto particolare che ha per nocchiero quello stesso messaggero alato (l’erote) che abbiamo sopra descritto, raffigurato in volo nel tondo centrale, e come animale da traino ha un maestoso cigno. Allora, se della metafora di guerra dovesse ancora trattarsi, questa risulterebbe sospinta da Amore piuttosto che da Odio. Nella composizione pittorica dell’artista questa potrebbe tradursi dalla rappresentazione di una battaglia spinta da nobili ideali, forse a personificare l’intenzione di una fratellanza tra i popoli, foriera di un periodo di pace, quell’abitare insieme che è il concetto stesso espresso dal sinecismo etrusco condiviso con l’idea democratica della rivoluzione ateniese del 512. a.C. Tuttavia fu proprio Lars Porsenna nel 509 a.C. che conquistata Roma applicò per la prima volta quei principi nei confronti di un popolo vinto che lasciò in mano alla giovane repubblica, rinunciando a restaurare il reame iniquo dello scellerato Tarquinio “il Superbo”. Molte analogie, troppe similitudini per non produrre un’intensa emozione nell’osservare quel capolavoro artistico. Ritornando alla possibile interpretazione di questa stupefacente coppa, possiamo dire che ad avvalorare questa lettura, ancora una volta, resta l’inconfutabile incoronazione dipinta nel tondo centrale. Questo regale riconoscimento - come atto finale della saga - testimonia anche nell’antitesi tra Ragione (il re filosofo) ed Eros (il fanciullo alato), il testamento ideale del condottiero che ha scelto come guida per le sue battaglie, l’ erote e da questo viene giustamente onorato ed infine incoronato. Purtroppo il resto della composizione è giunto a noto in modo assai frammentario e non è possibile chiudere perfettamente il cerchio del racconto, non prima però di aver notato come il nostro personaggio si veda ancora alla fine della sua gloriosa impresa in lotta strenua e serrata con un armato alato (una divinità del regno dei Morti) che, nel simbolismo del mondo etrusco, equivale a colui che conduce all’ultimo viaggio, colui che accompagna tutti gli esseri, volenti o nolenti, nell’Ade, quasi a sottolineare il fatto di come, colui che viene incoronato Re per l’eternità, abbia da vivo, strenuamente lottato, fino in fondo, con l’ineluttabile fine di tutti i mortali. Questo capolavoro dell’arte etrusca e greca insieme, testimonia per Prato, attraverso il sito archeologico di Gonfienti e alla grande dimora scoperta nel 2003, un’ascendenza sicuramente regale ed una memoria tangibile di grandissima valenza storico culturale per tutto il territorio della piana che si pone, insieme ai siti d’altura della Calvana, del Monteferrato e del Morello[10], alle origini stesse della civiltà occidentale.

note[1] Cfr. G. Poggesi, L. Donati, E. Bocci, G. Millemaci, L. Pagnini, P. Pallecchi, Prato-Gonfienti: un nuovo centro etrusco sulla via per Marzabotto, in a cura di G. Sassatelli e E. Govi, “Atti del Convegno di Studi”( Bologna, S. Giovanni in Monte, 3-4 giugno 2003), Studi e Scavi n.s. 11, Ante Quem, Bologna 2005, pp. 267 -300.[2] La numerazione dei lotti in scavo conserva quella originaria dei soppressi capannoni industriali.[3] C. Pofferi, “Dai Principi alla città etrusca sul Bisenzio. L’Orientalizzante e l’Arcaico etrusco nella Piana Fiorentina –Pratese- Pistoiese”, in “Quaderni di Microstoria”, n. XVI, NTE, Firenze 2007. Ivi, a p. 69: “Siamo in realtà di fronte allo scavo di una parte minima dell’area ufficialmente riconosciuta e posta a vincolo (ndr: dal 2006); ricordo infatti che 12 ettari corrispondono a 120.000 mq., con un rapporto di oltre 80 a 1 tra l’area che sicuramente presenta testimonianze attestate della città e l’area della Domus che tra l’altro non è stata ancora del tutto esplorata”.[4] Ibidem, p. 70. L’Autore porta un confronto con la Domus Regia dei Tarquini presso la via Sacra, sotto il Palatino, a Roma che si attesta su di una superficie di 690 mq.[5] Cfr. G. Poggesi, “Prato- Gonfienti. Lo scavo dell’edificio del Lotto 14 e la prosecuzione delle indagine geofisiche fra Prato e Campi Bisenzio”, in “Notiziario della Soprintendenza …” cit, pp. 80-83.[6] Ho ragione di ritenere, infatti, dai molti indizi a nostra disposizione e dai soggetti stessi raffigurati pittoricamente che la coppa figurata sia stata appositamente commissionata per essere posta al centro della casa forse su una mensa o ara votiva onde poter celebrare attraverso questa la nobile ascendenza del padrone di casa.[7] Interessante notare la quasi contemporaneità di esecuzione con l’altro capolavoro artistico rinvenuto nel passato nella zona, con particolare riferimento al kouros bronzeo, detto “L’Offerente di Pizzidimonte” (British Museum, Londra), datato concordemente al 480 a.C. ca., a testimonianza della ricchezza degli insediamenti bisentini tra la fine del VI e i primi decenni del V sec. a.C.[8] Cfr. G. Millemaci, I materiali. Ceramica Attica, in “Prato- Gonfienti, un nuovo centro etrusco … cit., pp. 290- 294.[9] Cfr. G.A. Centauro, Ipotesi su Camars in Val di Marina. Dalla città etrusca sul Bisenzio all’identificazione di Clusio, NTE Firenze 2204.[10] Si veda: Associazione Camars, Presenze Etrusche in Calvana: Siti e necropoli, a cura di Giuseppe A. Centauro, NTE Firenze 2008

 

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